the korean experimental wave: conversazione con choi joonyong

Posted on martedì 12 gennaio 2010

Nell’ultimo anno qualcuno tra gli addetti ai lavori ha parlato di un gruppo di musicisti di base in Corea del Sud e riuniti attorno a due etichette: Balloon & Needle e Manual. Lavori noise-impro abrasivi, dirompenti, costruiti adoperando spesso una lucida strategia di riciclo e ricontestualizzazione di dispositivi elettronici obsoleti. Di seguito è riportata la trascrizione integrale della conversazione avuta dal sottoscritto con Choi Joonyong, personaggio chiave di questa piccola scena e cofondatore della Balloon & Needle. Per ulteriori approfondimenti, vi rimando a quanto scritto in Inframedia (“Crossing media and devices: hackering e ricontestualizzazione dell’obsoleto”) su Blow-Up#136 (settembre 2009).

Choi Joonyong (photo Rasbliutto)

-Cominciamo con qualche accenno al periodo della tua formazione e dell’esperienza dell’incontro con il suono…

Non ho alcun tipo di background collegato alla musica. Ho studiato economia ed ora lavoro in banca. Quando ero ragazzo, non era facile assistere a dei buoni concerti o incontrare strumenti musicali oltre il pianoforte. Potrei dire che è stata più o meno la stessa cosa per i ragazzi cresciuti in Corea negli anni ottanta. La musica non era proprio uno degli aspetti più stimolanti per i genitori, a causa di un sistema di educazione molto rigido. La prima volta che ho visto una chitarra elettrica è stato all’età di 14 anni a casa di un amico. Suo fratello era un fan del Black Sabbath, quando mi capitava di andare a casa sua, osservavo incantato quell’oggetto e avrei desiderato averne anche io uno uguale. Quando alla fine ho avuto la mia chitarra, non ero poi così contento perchè non avevo la possibilità di suonarla a volume alto nella mia stanza e non c’erano altre persone con le quali suonare assieme. Così, mi sono divertito a suonare semplicemente lo strumento e a scrivere pezzi per conto mio. Dopo il diploma a scuola, ho suonato per la prima volta in una rock band…è stato quello l’inizio.

-Quali sono i progetti nei quali sei attualmente coinvolto?

Astronoise è il mio progetto di più lunga durata. L’ho messo in piedi nel 1996 con Hong Chulki. Credo sia stato in assoluto il primo progetto noise in Corea. In ogni caso, ci siamo presi una pausa dopo appena un anno dall’inizio, perchè rompevamo amplificatori e i luoghi nei quali tenevamo le performance non ci lasciavano suonare. Successivamente, Hong Chulki ed io abbiamo formato una sorta di band post-rock, I Puredigitalsilence. Astronoise è tornato nel 2003 quando Sato Yukie, una musicista giapponese che vive a Seoul, ha cominciato una serie di concerti chiamati “Bulgasari”. Un’altra serie di concerti, chiamata “Relay” veniva promossa più o meno in contemporanea da Ryu Hankil: in queste performance sei musicisti (Ryu Hankil, Hong Chulki, Jin Sangtae, Joe Foster, Park Seungjun ed il sottoscritto) suonavano insieme in differenti combinazioni. Ora uno dei progetti più interessanti è Master Musik: è una band noise di cinque elementi con voce. Ovviamente esiste anche un mio progetto solista a nome Choi Joonyong, con il quale ho realizzato tre album solisti suonando cdplayers e cd già registrati.

-Alcuni tra gli artisti di cui hai parlato hanno pubblicato dei lavori sulla tua label, Balloon & Needle…

Sì, Balloon & Needle è stata fondata all’inizio da sei amici che appartenevano a due differenti band che avrebbero dovuto realizzare uno split nel 2000. Eravamo tutti scontenti per le esperienze discografiche vissute in precedenza e così abbiamo pensato di realizzare da noi questa release. In quel momento, tra l’altro, I prezzi dei masterizzatori CD-r stavano diminuendo sensibilmente. Cominciammo a pubblicare album fatti in casa in numero di 200 copie alla volta, lavorando ad una community no-profit. Nel 2003, tutti gli altri membri hanno lasciato l’etichetta eccetto me e Hong Chulki. Abbiamo continuato a pubblicare CD-r con packaging fatto a mano. Ma a partire dallo scorso anno questo tipo di lavoro portava via troppo tempo, così abbiamo deciso di stampare i lavori e pubblicarli. Ancora oggi ci divertiamo a fare esperimenti con il packaging e questa è senz’altro una delle ragioni principali che ci spinge a pubblicare “fisicamente” gli album. Nonostante Balloon & Needle non pubblichi molti album ogni anno, spero di riuscire a far conoscere la nostra scena il più possibile all’esterno.

Choi Joonyong e Hong Chulki (photo Rasbliutto)

-Mi incuriosisce conoscere il tuo pensiero relativamente all’impatto delle tecnologie rispetto al suono anche nella vita quotidiana, soprattutto considerando il vertiginoso tasso di sviluppo tecnologico del tuo paese…

La Corea del Sud è indubbiamente una delle nazioni a più alto tasso di sviluppo tecnologico al mondo. Ogni cosa cambia assai velocemente ed è connessa con lo sviluppo del web. La gente ama nuovi prodotti tecnologici e la vita media dei vecchi prodotti si aggira tra 1 e 2 anni. Ovviamente tutto ciò rappresenta un problema, non solo riguardo tutto ciò che è vecchio, ma anche in assoluto in relazione al rapporto con la tecnologia. Certamente, ci sono dei vantaggi evidenti da questo trend, come lo sviluppo di nuovi prodotti: quando comparvero sul mercato i primi modelli di lettori mp3, riuscivo ad avere praticamente gratis dai miei amici dei lettori cd. La stessa cosa avveniva con la comparsa sul mercato di modelli mp3 a capacità superiore: riuscivo ad acquistare a basso prezzo modelli più vecchi, potendo “abusarne” senza problemi. Più la tecnologia si sviluppa, più difetti e rottami appariranno. E quando essi arrivano nelle mie mani per essere usati, significa che per me già sono “analogici”

-Pensi che ci siano gli elementi per parlare specificamente di una vera e propria scena coreana?

La scena sperimentale coreana è molto piccola ed è essenzialmente ubicata a Seoul. Se restringiamo la definizione all’ambito relativo alla musica elettronica sperimentale, allora il fenomeno è veramente molto piccolo. Penso che si possa parlare in pratica degli artisti riuniti in passato sotto il progetto collettivo “Relay”: sebbene infatti esso sia esaurito nei fatti, chi ne faceva parte continua ad organizzare eventi e concerti, come Dotolim o Sound Of Confusion. Questi musicisti usano differenti strumentazioni e hanno differenti stili, ma posso dire senza tema di errore che essi hanno degli aspetti in comune. Fondamentalmente, l’improvvisazione. Il suono è grezzo e non è rifinito proprio per gli strumenti che adoperiamo: meccanismi a timer, hard disk aperti e cd player rotti. Il suono non è inoltre sottoposto ad un lungo processo di stratificazione: è tutto come esplosivo e secco. Ma la strumentazione e lo stile cambiano di volta in volta e nuovi musicisti sembrano venir fuori piano piano. Penso che la scena sperimentale coreana potrebbe cambiare radicalmente in un paio d’anni. In maniera positiva, spero.

Joe Foster, Choi Joonyong, Hong Chulki (photo Rasbliutto)

-Diversi artisti della tua label lavorano con media differerenti…che ne pensi di questo processo di ibridazione praticamente onnipresente nelle espressioni estetiche dei nuovi media?

Sono pochi i musicisti appartenenti alla scena: dunque ogni singolo artista adoperando media differenti aiuta a realizzare delle buone combinazioni senza sovrapporre suoni. Ma usiamo ancora molti strumenti elettronici, al punto che qualche volta i suoni prodotti potrebbero sembrare simili tra di loro e forse troppo saturati. Per evitare tutto questo, alcuni di noi usano suoni acustici o amplificazioni separate. E credo che realizzare in questo modo performance dal vivo sia un’esperienza sinestetica ed immersiva allo stesso modo in cui avviene quando si assiste direttamente ad un concerto

-Quanto è importante per te l’improvvisazione?

Per me, l’improvvisazione è un modo effettivo di fare musica. Ogni scelta fatta al momento ha risultati precisi nella musica. Specialmente un gruppo di improvvisazione può raggiungere assieme risultati assolutamente impensabili. In ogni caso, la semplice improvvisazione senza l’ascolto potrebbe creare disordine. Anche improvvisare come una vecchia abitudine può creare problemi, come io stesso ho sperimentato direttamente. Per cui, tutto ciò che limita la libertà di improvvisare e crea restrizioni in una composizione mi interessa nella misura in cui posso cercare di evitarlo.

-E qual è il tuo pensiero rispetto al parametro della casualità nel suono?

Controllare la casualità è il processo che regola il mio suono. Per prima cosa faccio o cerco qualcosa che funzioni casualmente, quindi cerco di controllarlo in qualche modo. Alla fine, riesco a capire in che maniera funzioni questo dispositivo e come posso controllarlo totalmente. Ma questo avviene proprio nel momento in cui esso non mi attira più, a quell punto cerco di modificarlo unendo o sottraendovi altri dispositive, o realizzando un corto circuito. E’ perciò che preferisco leggermente “romperli”. Uno dei momenti più eccitanti è quando lo strumento suona da solo come se all’interno fosse presente un fantasma.

-In che modo lo spazio è un elemento importante nella tua concezione acustica?

Si tratta di un elemento fondamentale: esso rende ogni suono differente ed è uno dei parametri che non si può cambiare in un dato momento. L’acustica e la profondità del luogo in cui si diffonde il suono possono avere un ruolo decisivo in relazione alla strumentazione che dovrò usare in quello stesso luogo, influenzando la mia scelta di suonare solo acusticamente oppure attraverso dei diffusori che modifichino la dinamica del suono. Una delle artiste che stimo più per la capacità di gestire lo spazio nel suono è senza dubbio Sachiko M. Anche se la sua tavolozza sonora è limitata alle onde sinusoidali, riesce a cambiare parametri come pitch, volume, lunghezza, numero di onde per creare variazioni che dimostrano il fatto che meno è meglio.

-Riusciresti a condensare in poche battute la tua filosofia del suono?

Considero tutti i suoni uguali. Non esiste superiorità o inferiorità tra suoni pesantemente modulati ed il fruscio di un foglio. E la musica può essere qualsiasi cosa, purchè faccia vibrare i timpani delle orecchie. Non sono l’unico che produce suono. Lo fa anche lo strumento o il dispositivo preposto. Io semplicemente lo controllo per fare “musica”.

tdc @ 21:23
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the essential sublime: intervista a carsten nicolai

Posted on giovedì 10 dicembre 2009

Sull’opera di Carsten Nicolai/Alva Noto ho scritto un lungo articolo monografico sul numero 131 di Blow-Up (aprile 2009), corredato di un’intervista che trascrive in versione stralciata una conversazione avuta con l’artista nativo di Karl-Marx-Stadt, il cui file audio vi ripropongo ora quasi integralmente, ovviamente in inglese. Varie le questioni affrontate, dagli ultimi lavori (“Xerrox Vol.2″ su tutti) fino all’analisi della visione estetica di uno dei più straordinari interpreti della contemporaneità all’incrocio tra arte, vocazione scientifica e suono, capace di codificare un linguaggio specifico nel quale media differenti vengono impiegati per combinare l’una con l’altra caratteristiche di diverse discipline. Da ascoltare in streaming o da scaricare, se preferite.

Intervista a Carsten Nicolai (durata 27′ circa, mp3)

tdc @ 11:43
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spazi gastronomici a lione

Posted on sabato 21 novembre 2009

Incredibile Lione. Non riesco davvero a pensare ad un altro posto che possa fregiarsi di una offerta gastronomica quantitativa di così alto spessore. Senza scomodare templi sacri della cucina mondiale, come il tristellato Auberge du Pont de Collonges di Paul Bocuse, oppure il fine laboratorio chic bistellato di Nicolas Le Bec, il capoluogo della fantastica regione Rhône-Alpes brulica di luoghi in cui l’esperienza sensoriale del cibo si dipana lungo una complessa ed affascinante trama che intreccia cultura, storia, tradizione, sperimentazione, innovazione, con un ottimo livello di sostenibilità in termini di prezzo. Luoghi che nascono attorno all’esperienza plurisecolare maturata nei bouchons, piccoli bistrot legati alla cucina tradizionale del luogo e grazie ad un territorio generoso come solo in pochissime altre aree, che dispensa straordinari prodotti caseari, vegetali, insaccati e, naturalmente, vini. Nei dintorni della centrale Place des Terreaux, i punti cardine della cuisine lyonnaise si muovono lungo il crinale della tradizione (Chez Paul, Chez Georges, Chez Hugon) o si aprono alla sperimentazione, senza abbandonare l’alveo della cucina storica locale (Le Bouchon des Filles, Magali et Martin). Proprio Magali et Martin è stata la tappa finale di una tre giorni di esplorazione culinaria sottobordo cominciata con una visita serale da Brasserie Georges, indirizzo storico-popolare per eccellenza (dal 1836) nei pressi della Gare de Perrache, immediatamente a sud del centro cittadino, verso la confluenza tra Rodano e Saône. Locale sconfinato (quasi duemila coperti) in stile Art Déco e menu di tre portate: Salade de Pied de Veau à la Lyonnaise (7/10), Andoullette “Maison Ravier”, Sauce Moutarde et Pommes Persilèes (6/10), e mezza porzione di Saint-Marcellin invecchiato nella celebre fromagerie Mère Richard (8/10). Il tutto innaffiato da una notevole birra scura di frumento di produzione artigianale della Brasserie.

Salade de Pied de Veau à la Lyonnaise - Brasserie Georges, Lyon

Decisamente incoraggiante l’immersione ex abrupto nel clima gastronomico della città, che durante la seconda giornata riserva una succulenta visita al mercato coperto Les Halles de Lyon di Cours Lafayette, intitolato al nume tutelare Paul Bocuse: una sorta di nirvana dei gourmet, un labirinto di cinquantotto banchi che offrono prodotti enogastronomici di altissima fascia qualitativa provenienti dai dintorni e da tutta la Francia. Un’esperienza inebriante, a contatto diretto con i formaggi di Alain Martinet o i gamberetti dell’Atlantico di Durand, il foie gras della Boutique Rolle o i pregiati salumi locali (La Saucisson de Lyon, La Rosette, Le Jésus).

Les Halles de Lyon Paul Bocusse

Les Halles de Lyon Paul Bocuse

La sosta a pranzo è proprio nella parte terminale dell’edificio che ospita il mercato, da Blanchet, importatore di tartufi bianchi e piccolo punto ristoro. Anche qui menu di tre portate: Suprême de Volaille et Crème aux Morilles (7/10), Quiche di patate (6/10) e Flan di cioccolato con gelato al pistacchio (7/10). Sullo sfondo, i toni agrumati del Côtes du Rhône bianco Domaine de l’Oratoire Saint Martin, 2007. Semplicità di esecuzione, profumi delicati e sapori decisi e marcati.

Suprême de Volaille Crème aux Morilles - Blanchet, Les Halles de Lyon

Suprême de Volaille Crème aux Morilles - Blanchet, Les Halles de Lyon

“I know how to cook” si legge nelle vetrine di Magali et Martin, bouchon di ultima generazione ubicato in una traversa di Rue Algérie. In effetti è questo il teatro dell’esperienza più forte vissuta in questa tre giorni a Lione: il sapore intenso del fegato di pollo sul fondo agrodolce delle Endires marinate abbinate alla salsa vinaigrette al miele (Mousse de Foies de Volaille, Vinaigrette au Miel et Endires Marinées) (8/10); la sapidità dello scorfano in un abbinamento mozzafiato con la crema di castagne (Filet de Rascasse du Nord Poché, Maigrette de Câpres en Nage de Châtaignes) (8/10); la maestria pasticciera in un semplice flan al cioccolato con gelato (Noelleux au Chocolat Noir, Glacé au Chocolet et Mûre Marinée). In abbinamento, Côtes du Rhône rosso E.Guigal, 2004.

Mousse de Foies de Volaille, Vinaigrette au Miel et Endires Marinées - Bouchon Magali et Martin, Lyon

Mousse de Foies de Volaille, Vinaigrette au Miel et Endires Marinées - Bouchon Magali et Martin, Lyon

Filet de Rascasse du Nord Poché, Maigrette de Câpres en Nage de Châtaignes - Bouchon Magali et Martin, Lyon

Filet de Rascasse du Nord Poché, Maigrette de Câpres en Nage de Châtaignes - Bouchon Magali et Martin, Lyon

tdc @ 00:44
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