Bright Future
di Kiyoshi Kurosawa, 2003
Una Tokyo acquatica e bluastra, trasfigurata in un vortice inquieto ed impenetrabile, magistralmente fotografata in digitale. L’atmosfera è livida, gravida di simboli, la rarefazione visuale è il filamento per sprofondare nella tempesta emozionale innescata dalla storia, quasi una texturizzazione dell’inconscio in una realtà asettica, cupa, senza spiragli.
Su tutto grava la solitudine, lo smarrimento dei protagonisti proiettati verso un sogno irreale, al di fuori di una società sorda e senza speranza.
Tra continui salti improvvisi di livello semantico e l’andamento paratattico che concreta la metafisicità dell’immagine, Bright Future procede per ellissi e decostruzione fino alla conclusione circolare in un finale ermetico, di rara intensità.
La luce, utopia e illusione, è rivelazione nei momenti più eterei, come nella magica invasione delle meduse nel fiume Sumida e nel loro ritrarsi verso la libertà; è bagliore improvviso nella desolazione, arcano barlume nelle profondità acquee.
Straordinaria parabola onirica dell’insondabile e dell’ineffabile, Bright Future è metafora (incomunicabile) del guardare oltre, senza più navigare a vista, per raggiungere il mare aperto.
Per ritornare, finalmente, a vedere.