oui, dandy-pop c’est moi

Posted on domenica 3 dicembre 2006

Marie-Antoinette
di Sofia Coppola, 2006

Ammetto di avere un debole per Sofia Coppola. D’accordo, nel suo cinema c’è pure quel tocco di patinatura snob da jeunesse dorée radical-chic newyorchese. E ammettiamo pure che le soluzioni narrative da lei adoperate risultino talvolta un tantino rudimentali e convenzionali (una per tutte, la Tokyo stereotipo dell’immaginario occidentale in Lost in Translation).
Ma al contempo, Sofia Coppola riesce a costruire, grazie alla leggerezza del suo talento visivo, un cinema pop che finisce per esercitare un certo fascino estetico, un piacere sensuale indotto dal malizioso mix di pittura e fotografia che ne scaturisce, base d’innesco per una matrice iconografico-simbolica che pesca a piene mani nell’immaginario postmoderno (che risulta irresistibile per noi malati degli anni ottanta).
In Marie-Antoinette, vicenda di iniziazione adolescenziale, romanzo storico-sentimentale sul disagio, la claustrofobia e la solitudine, la regista frange l’unita aristotelica non scritta, quella di suono, per calare la narrazione tardosettecentesca nell’eleganza malinconica di una soundtrack che ammicca agli eighties, ma quelli di questo secolo (Cure, New Order, Siouxsie & The Banshees, The Radio Dept., Adam and the Ants, Air).
La struttura filmica è costruita sulla duplice giustapposizione di piani paralleli e complementari: quelli delle coordinate cronologico-culturali, che slittano di due secoli (è pop il vezzo dell’apparizione fugace di un paio di All-Star tra le scarpe della reginetta), quelli psicologico-comportamentali (ad una prima parte di indagine introspettiva si contrappone la seconda, dove s’innestano nel tessuto filmico elementi caotici ed esplosioni emotive), quelli puramente visuali (le rigide inquadrature dell’incipit, sullo sfondo delle architetture opprimenti della reggia di Versailles, vengono poi infrante dall’uso degli spazi aperti in un piacevole climax di levità stilistica).
La suggestione dell’impianto visivo è alimentata dalla fotografia ruvida di Lance Acord, che fa uso prevalente di luce naturale: una scelta che non può non portare alla mente, facendo ovviamente le debite proporzioni, uno dei massimi esempi di sempre di cinema storico in costume, il kubrickiano Barry Lyndon.
Sfarzoso, barocco, decadente (come nel finale che scivola quasi in un racconto di Poe) fino ad essere dandy, talora eccessivo ma anche coraggioso, Marie-Antoniette testimonia di un’ulteriore prova di affinamento lungo un percorso di coerenza intrapreso dall’autrice, dalla quale è lecito ora attendersi una gestione più equilibrata della complessità delle componenti strutturali messe in gioco, alla ricerca di un cinema ambizioso ed autenticamente d’autore.

1 commento for 'oui, dandy-pop c’est moi'

  1.  
    Basilisco
    4 dicembre 2006 | 16:00
     

    Non trovo nulla particolarmente entusiasmante in Sofia Coppola. Da premettere che non sono un esperto, un critico, o altro, ma alla fine di Lost in Translation mi sono chiesto cosa la regista volesse dirmi. Diciamo che ho trovato il film fin troppo leggero e “poppeggiante”. E’ questo mi ha scoraggiato dall’andare a vedere Marie Antoinette e mi sono andato a vedere “La Tourneuse de Pages” di Denis Dercourt. Bello, meno di quello che aspettavo, ma bello. Diciamo una conferma del grande momento creativo del cinema transalpino.

Lascia un commento

(obbligatorio)

(obbligatorio)


Information for comment users
Line and paragraph breaks are implemented automatically. Your e-mail address is never displayed. Please consider what you're posting.

Use the buttons below to customise your comment.


RSS feed for comments on this post | TrackBack URI