Ho pensato a questo blog come ad una sorta di diario estetico, nel quale dare fondo malcelatamente alle mie logorroiche velleità pseudocritiche. Ho tentato, anche nell’artata scelta dei titoli delle categorie, di ridurre al minimo gli spazi per le incursioni private. Ma l’urgenza della scrittura ha dissolto tali propositi.
Forse perché si riesce a scrivere senza impedimenti, a mente completamente aperta, solo quando realmente c’è dolore.
L’occasione per ripensare a tante cose è stata la tragica morte del padre del mio più caro amico.
Adesso la terra salentina ospita le sue spoglie. Ho visto il suo corpo sprofondare tra gli ulivi ed i cipressi, sui declivi tra il candore delle case e il digradare verso il mare.
La morte che ottunde irrimediabilmente ogni gesto, ogni risveglio, ogni attimo di gioia apparente. La morte che preme sul petto, come un rumore di fondo senza fine, che senti anche di notte, nel buio, nel silenzio della tua stanza.
Che vita è questa? Come si potrà mai ricominciare?
Ogni sillaba è senza senso, ora.