Cure
di Kiyoshi Kurosawa, 1997
L’irrazionalità, il vuoto endemico del quotidiano, la deflagrazione dell’indefinibile, dell’indecifrabile.
Celebrato come il capolavoro per certi versi nascosto della cosiddetta “new wave” del cinema giapponese indipendente, quella alla quale, per intenderci, sono stati ascritti autori come Shinya Tsukamoto o Takashi Miike, Cure è una pellicola che muove dal cinema di genere per trascenderlo, sgretolandone lentamente le coordinate di riferimento per aprirsi all’incoerenza del reale.
Non un horror, dunque, né un thriller in piena regola, ma un ellittico, straniante fluttuare tra irreale e fattuale, nel corso del quale gli assiomi di genere (effetti orrorifici, tensione, climax) vengono via via traslati sul fondo fino a sfaldarsi nell’irrimediabile separazione esistenziale dei personaggi, nella gelida imperturbabilità della macchina da presa e della fotografia greve, negli squarci asettici di vita urbana e nei labirinti di un’inevitabile autoestraniazione.
La solitudine regna sovrana, filo rosso ed ossessione di tutto il cinema di Kurosawa.
Una solitudine latente, ineluttabile, ingenita, che si deposita su tutti gli oggetti, che riempie tutti gli sguardi, i corpi, le superfici.
Non c’è modo di comprendere, né di indagare.
Il ritorno finale alla vita, al reale, al ristorante dove Takabe torna a consumare il suo pasto, è il ritorno inesorabile al silenzio.
E pensare che io volevo andarmi a vedere 300!!!!
Ho spostato il blog su http://galloitalica.wordpress.com