La donnaccia
di Silvio Siano, 1963
Cairano, minuscolo borgo perso negli spazi lunari, nei paesaggi collinari astratti dell’Irpinia d’Oriente, asserragliato sul vuoto in cima ad uno zoccolo di roccia protruso.
Inarrivabile punto di fuga, inaccessibile chimera fusa con l’orizzonte.
Luogo arcano dell’immaginario, avulso dal flusso temporale, approdo di un viaggio circolare, senza epoca.
Documento affiorato dal passato, b-movie del neorealismo sospeso tra ricostruzione verista e grottesco, La donnaccia è completamente girato in questa terra ondulata ed impervia, incuneata nel passaggio naturale tra le valli dell’Ofanto e del Sele.
Il quadro storico è quello della fine del latifondismo nel Mezzogiorno d’Italia, nel pieno delle complesse dinamiche sociali messe in essere dalla riforma agraria del governo De Gasperi.
Sullo sfondo della crudezza di un microcosmo senza speranze, frammisto di miseria, isolamento ed abbandono, si incrociano le laceranti vicende quotidiane di una comunità stretta intorno ai suoi riti ancestrali, ai suoi pregiudizi, alle sue superstizioni.
L’inclinazione deviante e liminare di alcuni personaggi (la prostituta, l’epilettica) conferiscono all’atmosfera filmica un’aura oscura, paradossale, nel solco dell’esplorazione neorealistica del linguaggio del corpo (Rossellini e l’inserimento del corpo nell’immagine come scandalo e oscenità, al di là della prospettiva deleuziana di una situazione ottica tout court).
Cairano diventa non-luogo dello smarrimento, isola fluttuante nel riverbero di vicende lontane, nel cono d’ombra di una modernità che è miraggio ed inaccessibile riflesso.
Il percorso circolare non potrà che chiudersi con la partenza, con l’emigrazione collettiva come ineludibile catarsi finale.
Girato e vissuto in rapporto osmotico tra la troupe italo-francese (protagonista è l’abbagliante Dominique Boschero) e la locale comunità, La donnaccia è un prezioso documento smarrito e poi fortunosamente recuperato pochi anni fa dall’archivio di un collezionista napoletano, testimonianza di un cinema d’indagine dal sapore sperimentale, al di là della patina didascalica e moraleggiante che a tratti trapela, ma anche, per parafrasare Zavattini, di coraggio (“per la prima volta il cinema si politicizzava cercando di trasformare la politica in qualche cosa di assoluto, non in una categoria dello spirito, ma in una categoria che assorbiva tutto, per cui fare un film era come fare la guerra, come fare le barricate, era come compiere un atto di appartenenza alla civiltà come fatto creativo”).
Dobbiamo far riemergere il film “I Basilischi” di Lina Wertmuller. Non si trova in giro!
Mio nonno era di Cairano e spesso mi ha parlato del film girato nel suo paese, a cui ha partecipato come comparsa, ma non sono mai riuscita a vedere il film. Sarei grata se qualcuno potesse fornirmi notizie dove reperire una copia del film.
Enrica