il paesaggio della memoria: conversazione con paolo inverni

Posted on mercoledì 11 novembre 2009

Su Inframedia, la rubrica mensile di cui mi occupo su Blow-Up, e per la precisione nel numero di giugno (“Suono e luce: il paesaggio della memoria”), mi sono occupato del lavoro di Paolo Inverni, artista piemontese impegnato in un’opera meticolosa di indagine della memoria, scandita dal recupero di immagini e luoghi che sono stati e non sono più, di oggetti che interessano solo per i ricordi che riescono ad evocare. L’occasione per una breve conversazione con Paolo mi è stata offerta dalla mostra “Paths”, tenutasi quest’estate presso la galleria Mario Mazzoli di Berlino: una personale curata da Daniela Cascella, in cui sono stato presentati i risultati di un lavoro sedimentato in due momenti differenti: un’installazione audio-video che combinava registrazioni audio di Steve Roden realizzate in luoghi diversi, tutti legati indissolubilmente alle memorie dell’autore (l’appartamento dei nonni, per esempio); la raccolta in un libro di immagini, testi e in un cd delle registrazioni di sei differenti brani musicali catturati in sei luoghi disparati (William Basinski, Nuno Canavarro, Christina Kubisch, Painting Petals On Planet Ghost, Akira Rabelais, Steve Roden). Di seguito riporto la trascrizione integrale della conversazione con Paolo.

-Nella presentazione di “Paths” scrivi: “Un modo per affrontare concetti quali memoria, ricordo e archivio, accettando di riattivare, attualizzare e mettere in discussione i miei”. Potresti parlarci più approfonditamente della tua ricerca sul rapporto tra suono e memoria?

Nel caso di ‘Paths’, si è trattato di decidere quali fossero le più efficaci chiavi di accesso al mio passato; mi è venuto spontaneo scegliere i luoghi che hanno avuto un forte impatto sulla mia vita e i brani musicali che amo. Più in generale, non necessariamente utilizzo il suono quando affronto il tema della memoria, ma noto indubbiamente un rapporto privilegiato. Forse perchè è molto meno comune documentare un luogo, una persona, un evento per mezzo di una registrazione audio che con una fotografia o con un video. Così, le immagini vengono archiviate, mentre i suoni vengono ricordati, mantenendo le caratteristiche proprie della memoria: soggettività, malleabilità, rischio di dimenticanza. E’ sufficiente pensare alla letteratura orale.

-Il concetto di memoria implica deformazione, cambiamento, trasformazione (e talvolta anche distruzione), così come ha mostrato efficacemente per esempio William Basinski nei “Disintegration Loops”. In che modo il tuo lavoro è collegato alle dinamiche di trasformazione nel tempo e nello spazio degli elementi originari rappresentati?

I modi variano di lavoro in lavoro. Per esempio, per quanto riguarda la parte visiva dell’installazione che fa parte del progetto ‘Paths’, ho cercato di rendere visibile, tangibile, lo scorrere del tempo per mezzo di riprese in pellicola 8mm. Perchè, a differenza di ciò che avviene nella proiezione video, nella proiezione in pellicola anche un’immagine statica non lo è mai veramente; ad animarla ci pensano i graffi e le impurità sulla pellicola, l’intensità instabile della lampada del proiettore, i “salti” dell’immagine. Inoltre, la scelta dell’8 mm mi ha permesso di evocare i film amatoriali, privati e intimi.

-In “Luci” il tuo interesse si è focalizzato sull’intersezione tra luce e suono: audio e video sono in questo caso strettamente correlati fino quasi a fondersi in un unico livello sinestetico. Qual è la tua idea relativamente all’integrazione audiovisiva?

L’integrazione audiovisiva appare tale perchè, oltre certi limiti, in determinate situazioni, non siamo in grado di discriminare stimoli di natura differente; ciò che ci resta dell’audiovisione, così come di un evento vissuto in prima persona, sono soltanto le informazioni che cogliamo e le conseguenti sensazioni ed emozioni. Infatti, credo che un testo audiovisivo riuscito sia quello che riesce a comunicare ciò che vuole il suo autore, senza esplicitare e far pesare sullo spettatore le soluzioni linguistiche e tecniche utilizzate. Per quanto mi riguarda, nei miei lavori viene sempre prima il contenuto, la storia che voglio raccontare, e solo successivamente mi pongo il problema del medium e del linguaggio da utilizzare. Cerco innanzitutto di capire se ho qualcosa da dire. E’ il motivo per cui non produco molti lavori, e utilizzo indifferentemente il video, il suono, la carta, la pellicola 8mm…

-Qual è invece, in generale, il tuo pensiero relativamente alla sinestesia e all’immersività?

Farei una netta distinzione tra coinvolgimento dello spettatore e immersività. Se il primo è auspicabile e indispensabile, l’immersività è invece qualcosa da cui mi tengo a distanza, perchè si basa sull’inganno percettivo e comporta una sorta di circonvenzione del fruitore da parte dell’autore. All’opposto, l’obiettivo di ciò che faccio è invitare le persone ad esercitare un ruolo attivo, tanto nella fruizione di un testo quanto nella vita.

-Anche in “Concertino per suoni sparsi” emergono procedimenti estetici inclini al recupero di suoni nascosti e polverosi, persi nelle pieghe del tempo. Puoi parlarci specificamente di questo progetto ed in generale di questa visione “crepuscolare”?

‘Concertino per suoni sparsi’ è una sound performance realizzata nel 2005 a casa di un caro amico che da lì a poco avrebbe lasciato Torino e l’Italia. Fu probabilmente il motivo per cui, senza neppure rendermene conto, mi venne naturale dar vita a brani intimi e fragili, cotruiti su materiali sonori che fanno parte della mia intimità: canzoni pescate dalla mia collezione di dischi, suoni e field recordings registrati nel corso degli anni… Il fulcro del ‘Concertino’ fu la registrazione realizzata per l’occasione di un bimbo che interpretava un passo di ‘Palomar’ di Italo Calvino: “Il signor Palomar decide che d’ora in poi farà come se fosse morto, per vedere come va il mondo senza di lui…”. L’interpretazione incerta ed ingenua del bambino e la disillusione delle parole si smentivano a vicenda, creando una tensione palpabile.

-Qual è l’idea portante del progetto che stai sviluppando, “In punta di fiato”?

‘In punta di fiato’, che conto di chiudere entro qualche mese, è un lavoro sul rapporto inscindibile tra memoria collettiva e individuo. Ho chiesto a mia nonna di cantare in solitudine, nella cappella della sua frazione d’origine, le sei lodi mariane cantate in occasione dei festeggiamenti annuali. Gli involontari adattamenti operati sui brani (durate, staccati, dinamiche…), dovuti alle sue difficoltà respiratorie, diventano metafora dell’individuo che contribuisce a mantener viva la memoria, ma che allo stesso tempo inevitabilmente la storpia o la rimodella, a seconda del punto di vista.

-Hai scritto che “La voce nasce all’interno del corpo umano ma si realizza soltanto al di fuori di esso, per propagazione nello spazio circostante. [...] l’espressione vocale, linguistica e non, è dettata da un’intenzione comunicativa, dalla volontà di relazionarsi all’altro”. La ricerca intorno al linguaggio sembra essere un altro asse portante dei tuoi progetti: puoi parlarcene dettagliatamente?

Il linguaggio, nel suo significato più ampio, è certamente un grande interesse; senza sapere se gli studi in semiotica e semiologia, percezione visiva, linguaggio audiovisivo, narratologia siano la causa o l’effetto. Trovo interessante il linguaggio perchè è ciò che ci permette di decodificare il mondo, di reinterpretarlo a modo nostro e di comunicarlo agli altri. Implica quindi sia l’individualità sia la condivisione e il dialogo. E poi, ogni linguaggio è un sistema di regolare che, agli occhi e alle orecchie di ogni curioso, risulta un incitamento al sovvertimento e alla re-invenzione.

-Che significato ha per te il paesaggio sonoro? Come descriveresti il tuo approccio ad esso?

Il paesaggio, tanto visivo quanto sonoro quanto sociale e culturale (il contesto), è interessante perchè determina ed è determinato da chi lo frequenta. E’ una sorta di calco in negativo. Raccontarlo significa quindi raccontare gli uomini che lo vivono. Penso ad esempio ai video di Cyprien Gaillard o di Carlos Casas, o ai racconti di Raymond Carver; lunghe scene nelle quali non c’è traccia apparente dei protagonisti, eppure decisive nel caratterizzarli. Il mio approccio è semplice: cerco di aver la giusta disposizione d’animo per osservare e ascoltare il paesaggio in profondità. Mettendo in conto la tenacia richiesta in qualsiasi tipo di ricerca, e mostrata in ‘A possible path’, un lavoro video di imminente pubblicazione. Cercando si prestar attenzione soprattutto quando, di primo acchito, non sembra regalare sorprese. Nulla mi attrae più dell’apparente immobilità delle foglie e delle nuvole, in realtà mai del tutto ferme.

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