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tra sound design ed indagine dei processi di trasformazione del cibo attraverso il suono: sara lenzi

27 gennaio 2012 • tdcinterviewsthe aesthetics of sound

Nello scorso mese di settembre, in occasione della diciassettesima edizione di ISEA tenutasi ad Istanbul, ho avuto modo di presentare un paper focalizzato, dal punto di vista teorico e curatoriale, sul lavoro che ho condotto negli ultimi anni intorno alla relazione tra cibo ed estetica del suono. Tra i lavori analizzati in questo contributo, che verrà pubblicato a breve nel volume contenente gli atti, c’è Foodfrequency, progetto recentemente assemblato in team da Sara Lenzi e Marco Galardi (sound design), Michael Byrne (suono), Giulia Massimiani (chef) e Giulio Bettarini (oste). Ne approfitto dunque per rilanciare in questa sede la versione integrale (ed aggiornata) di una breve intervista realizzata proprio con Sara Lenzi qualche mese fa.
Sara proviene dalla fucina di Tempo Reale a Firenze e, parallelamente all’attività di sound artist e compositrice elettroacustica, ha fondato l’agenzia di product sound design Lorelei. Da qualche anno, inoltre, affianca Gianpaolo D’Amico nel progetto Soundesign.info, blog di riferimento nell’ambito del sound/video design.

-Cominciamo da una breve presentazione del tuo background in termini di formazione ed approccio al suono.

Mi sono avvicinata alla musica con lo studio del pianoforte, a sette anni. Mi sono formata principalmente al conservatorio dove ho proseguito lo studio del piano e poi del sassofono. Quello che oggi è il mio lavoro viene però dall’incontro con la musica elettronica, sempre al Conservatorio di Bologna, sotto la guida di Lelio Camilleri. Mi sono poi specializzata a Tempo Reale a Firenze, il centro di ricerca sul suono fondato da Luciano Berio, una seconda famiglia per me. Anche se in realtà, sull’approccio al suono che oggi porto avanti hanno influito moltissimo anche i miei studi di filosofia. Il tentativo è quello di indagare la natura del suono. Fin dall’inizio mi ha affascinato l’idea di poter “congelare”, attraverso la registrazione, la nature instabile di un suono, e poterlo trasformare in qualcos’altro agendo sulla sue caratteristiche fisiche più profonde. Oggi quello che mi affascina di più è la consapevolezza che la fisicità del suono vince sempre al di là di qualsiasi nostra manipolazione. Alla fine la “natura sonora” come dice Parmegiani emerge sempre e nonostante le manipolazioni che possiamo applicare. Oggi mi interessa molto di più questo principio e modifico i miei suoni molto poco. Registro quasi tutti i suoni che utilizzo dal mondo reale. Mi interessano soprattutto i suoni naturali, i vasti paesaggi come i suoni molto “piccoli”, prodotti dalla manipolazione di piccoli oggetti.

Sara Lenzi a Castel Beseno, giugno 2009 (photo Andreas Caranti)

-Nelle pratiche estetiche contemporanee, la definizione “paesaggio sonoro” rappresenta un elemento talvolta abusato, fino a diventare un vero e proprio stereotipo stilistico. Qual è il significato che attribuisci ad esso?

Il paesaggio sonoro è la mia principale fonte di suoni. Il soundscape è per me una incessante fonte di informazione e soprattutto di emozione, imprescindibile tuttavia dal suo legame con gli altri sensi. Non si percepisce il paesaggio sonoro senza allo stesso tempo percepire luce, colori, odori, l’aria sulla pelle. Il mio approccio è quello di prestare costantemente attenzione ad ogni più piccolo suono con cui quotidianamente vengo in contatto, e cercare di fissarlo nella memoria codificandone il significato in relazione agli altri sensi.

-Qual è il tuo approccio alle pratiche di sound design?

Quando agiamo attivamente modificando il paesaggio sonoro, facciamo sound design. Il mio approccio ad esso verte soprattutto sullo spazio. Mi interessa indagare lo spazio sonoro inteso come rapporto del suono con lo spazio di ascolto. Allo stesso modo, quando lavoro sul suono dei prodotti o degli oggetti, mi interessa capire come lo spazio fisico dell’oggetto influisce sul suono che io progetto, come lo modifica attivamente.

-Ci sono scienziati, ingegneri, architetti o designer contemporanei che influenzano o hanno influenzato in qualche modo il tuo lavoro?

Mi interessa molto il lavoro di Bruno Munari nel design, e cerco di seguire i suoi consigli per quel che riguarda la progettazione, il metodo del sound design. In linea generale mi ha molto formato l’opera del filosofo Luciano Anceschi e il suo appello per un “ritorno alle cose”. Il mio lavoro cerca appunto, nel rapporto tra suono e oggetti del mondo reale, di ritornare alle cose superando l’acusmatica.

Foodfrequency

-Raymond Murray Schafer ha parlato di “schizophonia” in termini di separazione del suono dalla sua fonte, con specifico riferimento alle pratiche elettroacustiche. Credi sia possibile in qualche modo ristabilire un collegamento “ecologico” con la fonte sonora?

Assolutamente sì. Credo che l’affermarsi del sound design come pratica attiva di ripensamento e re-design dei suoni che ci circondano, dai prodotti e gli oggetti e gli spazi pubblici, vedrà un ritorno al rapporto con la fonte sonora. Anche nell’ambito ristretto della musica elettroacustica e della sound art credo che si sia esaurito il percorso della musica acusmatica. Il pubblico ha di nuovo bisogno della fisicità del rapporto tra il suono e la sua fonte, ecco infatti che assistiamo alla produzione di nuovi strumenti elettronici per la performance dal vivo che recuperino questo rapporto anche nel mondo del suono digitale.

-Qualche settimana fa sei stata in Malaysia, dove insieme a Marco Galardi hai avuto modo tra l’altro di collaborare a Pulau Pangkor con il giovane chef Haru dell’Island One Café, in una sessione di registrazione di suoni legata ai processi culinari locali. L’interesse per il suono degli ingredienti e dei processi del cibo è lo stesso già esplicitato in un progetto come Foodfrequency. Come descriveresti quest’esperienza nata lo scorso anno?

Foodfrequency è nato da un’idea di Marco Galardi approfondita poi assieme alla chef Giulia Massimiliani. Il mio contributo riguarda la ricerca che già stavo conducendo sulle interazioni tra i sensi, dalle sinestesie vere e proprie alle interazioni cross-modali sulla spinta degli studi del prof. Charles Spence di Oxford. Oltre a questo, Marco e io stavamo sperimentano possibili usi della registrazione binaurale e di conseguenza dell’ascolto tridimensionale in cuffia. In poche parole, Foodfrequency è una esperienza multisensoriale tra suono, cibo e vino. Si concretizza in cene vere e proprie, ma anche aperitivi e degustazioni. Gli ospiti vengono invitati a gustare i piatti mentre ascoltano suoni, sia in cuffia che in diffusione esterna. I suoni sono “disegnati” a seconda dei gusti (dolce, salato, ecc) e degli ingredienti, in modo da amplificarne le qualità percettive.

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