exploring the aesthetics of sound
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Ho già avuto modo di scrivere di Zen Lu in un’intervista pubblicata su Neural #29 (febbraio 2008). Di seguito, riporto una conversazione tra il musicista/produttore cinese e Gregorsz Bojanek, annotata durante la realizzazione del progetto Chop Vol.1, tra settembre e dicembre 2006.

(per gentile concessione in esclusiva di Zen Lu e Grzegorz Bojanek)

Zen Lu: Il pubblico cinese ha potuto assistere alle performance live di artisti polacchi durante il festival “Polish Sound Art in China”. Qual è il tuo pensiero riguardo la sperimentazione sonora in Polonia?

Greg Bojanek: Beh, è difficile per me parlare del modo in cui percepisco la scena sperimentale in Polonia, perchè in un certo senso ne faccio parte, sia come musicista che come produttore. So che c’è un gran numero di persone giovani che sanno come realizzare buona musica, e lo fanno, ma sono solo pochissimi tra questi ad essere abbastanza conosciuti dal pubblico. La cosa più strana è che alcuni di questi artisti sono più conosciuti in Europa o altre nazioni che a casa nostra. E’ un problema di mentalità ed attitudine: semplicemente, non abbiamo voglia di cambiare le nostre abitudini. Chi ascolta musica da noi è pigro e solo pochi sono disposti ad ascoltare qualcosa che li faccia pensare, non solamente ascoltare. E’ lo stesso in Cina? Ho fatto delle ricerche sul web e ho visto che sono davvero molte le performances live di artisti che hanno luogo da voi. Molte di più che da noi. Chi viene a questi concerti? Ed inoltre, come vivi come artista il fatto di fare concerti e produrre musica? Per te è un mestiere oppure semplicemente un hobby, come per la maggior parte di noi?

Zen Lu: In realtà, da noi in Cina esiste un pubblico molto esiguo interessato alla sperimentazione elettronica, proprio perchè questo tipo di musica è ancora molto giovane e sta crescendo. Pertanto, non ci sono poi molti concerti: a Pechino, per esempio, esistono solo tre locali che propongono ogni settimana performance di questo tipo, Shangai propone concerti solo con cadenza irregolare, altre città ancora di meno! Pechino è attualmente la città più attiva sotto questo profilo, il pubblico lì è soprattutto giovane. Io vivo e lavoro a Shenzen, una città vicina ad Hong Kong. Lavoro come analista e programmatore software presso lo Shenzhen Economic Daily, pertanto dedico alla musica solo il mio tempo libero. Lavorare come musicista a tempo pieno sarebbe troppo complicato in questo momento e questa condizione è comune anche ad altri musicisti qui in Cina: non riceviamo fondi da istituzioni nè alcun tipo di supporto…facciamo tutto praticamente da soli. C’è una buona attenzione da noi per quanto riguarda il cinema polacco…in Polonia ci sono molti maestri come Krzystof Kieślowski, Roman Polański e Andrzej Waida. Puoi dirci qualcosa relativamente alla situazione attuale del movimento e dell’industria cinematografica nel tuo paese?

Greg Bojanek: I registi che hai menzionato sono ancora molto popolari in Polonia. Quasi tutti i giovani artisti che realizzano film hanno in essi il loro punto di riferimento. Tuttavia, benchè l’impatto di Kieślowski, Polański e Wajda sia ancora forte sull’industria cinematografica polacca, ci sono molti giovani registi che cercano una propria strada. Abbiamo molti festival, come l’“Era New Horizons“ che presentano registi giovani, talvolta anche arditi nella propria ricerca sperimentale, che apprezzo moltissimo. Il 2006 è stato da questo punto di vista un momento di svolta molto importante: il festival più importante di film polacchi, che si tiene a Gdynia, ha confermato a settembre (2006, ndr) che la nuova generazione di filmmakers polacchi è molto versatile. A supporto di questa affermazione, ti cito due tra le migliori pellicole: “Saviour Square” di Krzysztof Krauze e Joanna Kos-Krause ed anche “Wszyscy Jesteśmy Chrystusami” di Marek Koterski. Beh, ti confesso che personalmente sono molto incuriosito dal movimento cinematografico cinese, molto popolare anche da noi. Questa fama nasce probabilmente dal successo che ha avuto da noi “La Tigre e il Dragone”. Produzioni di questo tipo sono ormai ampiamente conosciute dal grande pubblico…puoi dirmi invece qualcosa sulle produzioni indipendenti low-budget?

Zen Lu: Negli ultimissimi anni, ci sono state tantissime produzioni indipendenti molto interessanti, da parte di registi come Wang Chao, Jia Zhangke, Detvo Cheung, Du Haibin, Cao Fei, Zhang Yuan, Wang Xiaoshuai, Yu Liwei…Sì, talvolta questi registi chiedono ai musicisti della scena sperimentale di comporre colonne sonore per i propri film, come è accaduto con Cao Fei, che ha invitato Li Chin Sung a lavorare con lui. A tal proposito, dopo I rivolgimenti sociali nell’Est Europa, ci sono ancora restrizioni politiche relativamente all’arte?

Greg Bojanek: Le trasformazioni politiche ci hanno portato una libertà pressochè totale. Non c’è censura e la gente può suonare dove vuole. Qualche galleria di arte comtemporanea ha dei problemi, ma essi sono legati soprattutto ad aspetti morali e religiosi. Parlando in generale, non ci sono grossi problemi: siamo liberi di fare ciò che vogliamo. Ma è altrettanto vero che non ci sono molte istituzioni che supportano forme di arte che creano “difficoltà”. Il governo non è molto interessato a quello che fanno i musicisti indipendenti. Quello che possiamo fare, è utilizzare i nuovi media per far circolare i nostri lavori, soprattutto in rete attraverso le net labels oppure MySpace. Ma, tornando al discorso delle trasformazioni politiche, è interessante constatare come la Cina, che in teoria sarebbe ancora una nazione comunista, ha molti giovani artisti che possono esprimersi attraverso I canali indipendenti. C’è una censura in Cina? Il governo cinese controlla in qualche modo questi giovani artisti?

Zen Lu: In Cina, gli artisti non sempre hanno sufficiente spazio per fare liberamente musica o cinema. La Cina è ancora oggi un paese socialista, che possiede diverse istituzioni nazionali che tendono a censurare i giovani che lavorano a forme espressive “critiche“…questo è ovviamente un problema politico. Il governo approva se uno crea una merce, ma non opere “politiche”. L’amministrazione statale della radio, del cinema e della televisione è un vero e proprio sistema di sorveglianza. Proprio quest’anno Lou, un giovane regista cinese, ha presentato il suo nuovo film a Cannes, ricevendo l’approvazione di pubblico e critica. Al suo ritorno, l’amministrazione statale di radio, cinema e televisione gli ha intimato di non lavorare nei prossimi cinque anni, dal momento che il suo film non era passato attraverso i canali di controllo dell’amministrazione. E ci potrebbero essere altri esempi simili…Anche per quanto concerne la musica, il governo censura i testi e le copertine. I testi non devono contenere idee politiche, le copertine non devono avere contenuti erotici…Quanti giovani musicisti sperimentali ci sono in Polonia? Che tipo di interazione avete tra di voi e…dove suonate di solito?

Greg Bojanek: Talvolta penso che in Polonia ci siano più musicisti che ascoltatori…Questo può sembrare strano, ma è fondamentalmente vero. Di solito, entriamo in contatto via internet, attraverso dei forum nei quali ci scambiamo pareri ed esperienze. Se devo pensare a luoghi dove siamo invitati a suoare, potrei dirti che ci sono dei clubs, ma certamente anche alcune gallerie d’arte contemporanea che invitano i giovani musicisti a suonare dal vivo….In questo momento, stiamo lavorando insieme ad un progetto che mette in connessione due mondi remoti: quello del lontano oriente con l’Europa centrale. Pensi che l’esperienza di lavoro che siamo condividendo ti possa aiutare a capire meglio le persone che vivono in Polonia?

Zen Lu: E’ banale affermare che la musica è un linguaggio globale, ma è così. E’ la cosa che ci permette di avere un terreno comune di confronto e discussione. L’incontro tra cultura occidentale ed orientale, in questo modo, diventa un punto di riflessione molto interessante.


Zen Lu è un musicista che lavora nel campo della sperimentazione elettronica. E’ fondatore della label We Play!, e attualmente vive e lavora a Shenzen, Cina.

Grzegorz Bojanek è il fondatore della label sperimentale Eta. E’ produttore e come musicista ha concentrato la propria attenzione soprattutto sul progetto solista Eta Carinae. E’ inoltre parte del duo Chmury, con Piotr Broniatowski.

ChoP è un progetto musicale di collaborazione internazionale tra Cina e Polonia. E’ stato promosso da Zen Lu e Greg Bojanek nel 2006. Il primo album del progetto, “Over a foul line, simple questions” è stato recentemente pubblicato congiuntamente da WePlay! ed Eta. Sono previste altre releases nell’ambito di questo progetto, che coinvolgeranno altre coppie di artisti dalle due nazioni: Dickson Dee e Tomasz Pauszek hanno già realizzato “Chop vol. 2-8 Rooms”, album uscito e distribuito a febbraio di quest’anno e altre uscite sono previste nei prossimi mesi: Sin:Ned e Minoo (“ChoP vol.3”), Liu Chun e Maciej Nejman (“ChoP vol.4″).

Club Transmediale
Berlino 01-03 febbraio 2008
Ballhaus Naunynstrasse/Maria am Ostbanhof

Il tema dell’edizione 2008 di Club Transmediale è “Unpredictable“, ovvero l’imprevedibilità come elemento di alterazione delle dinamiche dei processi creativi e di sperimentazione di forme estetiche altre. Come da tradizione, l’appuntamento berlinese focalizza l’attenzione sulla contemporaneità digitale, sperimentale ed elettronica tout court, indagata attraverso un’analisi trasversale di linguaggi e forme che abbracciano un ampio spettro, dalla club culture alla sound art.

“Generator X 2.0”, focus sull’estetica generativa che apre il weekend conclusivo del festival con un triplo live alla Ballhaus Naunynstrasse, rappresenta uno dei momenti più attesi dell’evento: la macchina (con i suoi processi) irrompe nella rappresentazione scenica, non soltanto in qualità di semplice esecutrice di algoritmi dei quali siano totalmente prevedibili gli esiti, ma attraverso il coinvolgimento nella produzione dell’elemento estetico che avviene tramite proprie scelte, sebbene ovviamente comprese in un intervallo di selezioni possibili e determinate a priori.

Ad aprire il programma sono i norvegesi Alexander Rishaug e Marius Watz, figura di riferimento delle pratiche computazionali legate all’estetica digitale. “There is no culture like pop culture”: l’estremizzante massima di Watz sembra adattarsi perfettamente al barocchismo cromatico e formale inscenato in flusso combinato con l’output sonoro algido e naïve prodotto da Rishaug, con il risultato della creazione di uno spazio sensoriale coerente, nel quale l’esperienza sinestetica tende verso l’immersività totale.

Il secondo atto della serata è la performance urticante del giapponese Keiichiro Shibuya, il quale in uno scenario audiovisivo costruito sulle antinomie e la polarità tra spazio e movimento combina sferzate di rumore bianco ad intervalli di sospensione sensoriale e riflusso atarassico in un’alternanza assai suggestiva. Si rimane attoniti di fronte ad un suono che possiede in sé la lezione della scuola merzbowiana ma nel contempo rivela una sensibilità sorprendentemente eclettica per il trattamento del rumore.

A concludere, Alva Noto mette in scena “Xerrox” e si naviga nei profumi trance-ambient di una lunga, visionaria suite. L’impatto scenico di questo lavoro monografico è intenso e di grande effetto: l’interpolazione del rumore ottenuta per sovrapposizione e, appunto, “copia“ dei suoni genera una sorta di raffinatissimo mantra digitale dalle cui profondità emerge il timbro di una melodia ipnotica intelligibile. La partenza è soft, quasi monotona, ma progressivamente il flusso acustico si addensa fino ad avvolgere e a saturare completamente l’uditorio, dominato da i clangori di questa melodia schermata e debordante.

La serata di chiusura al Maria am Ostbanhof offre minori emozioni, eccezion fatta per la prova di gran classe offerta dall’italotedesco Andrea Sartori, che memore della lezione herbertiana sul trattamento in studio di suono concreto e field recordings, frulla voci femminili, strumentazione vintage, taglia e cuci, accenni lounge e singulti funk-jazz in un calderone urban soul da favola. Prima che cali definitivamente il sipario sull’edizione di quest’anno del festival con la mistura sregolata di hip hop, breakbeat e techno somministrata da Chris De Luca e Phon.O, c’è purtroppo il tempo di rimpiangere i Mouse On Mars che furono, a fronte di una performance deludente e sciatta, che sciorina un repertorio di luoghi comuni lungo il crinale di un digital pop prevedibile e veramente senza sussulti. Il disegno di St.Werner e compagnia rimane alla resa dei conti nebuloso e scarsamente graffiante, in una centrifuga che mescola senza sosta e senza sbocchi IDM, fascinazioni disco, lo-fi e addirittura spigolature prog. Un momento di cui avremmo francamente fatto volentieri a meno.

Cokiyu
“Mirror Flake“
(CD, Flau, 2007)

Il primo album di Cokiyu, uscita dal Sonology Department del Kunitachi College of Music di Tokyo, è una crestomazia di eteree composizioni pop per voce, toy piano, glockenspiel, music box, chitarra (Ueda Takayasu) e macbook (Max/MSP).
Dieci collage melliflui ed eleganti intrisi di armonie fanciullesche, filastrocche soavi e sognanti modulazioni d’atmosfera. Una musica silente e poco appariscente, costruita su una formula ormai (forse troppo) ben collaudata che incrocia diversi piani (vocale, strumentale ed elettronico) in un insieme di purezza e semplicità disarmante. Mirror Flake, Piano and Frog e Star Takes a Rest sono gracili ed immaginifiche liriche, lontane e rassicuranti, cerulee ed amabili, in mezzo alle quali si frappongono delicati soundscapes (Gdb, Org), flautati contrappunti vocali (In the Air) o gorgheggianti favole autunnali (Storm).
Niente di nuovo sotto il cielo nipponico, ma senz’altro un lavoro congegnato con gusto e stile, consigliato ai gourmet dell’elettronica pop (sofisticata) in tutte le sue propaggini.